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  Valerio Capoccia
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Valerio Capoccia è nato in una fattoria della campagna di Alvito il 31/03/1950, qui è vissuto fino al 1965 e si è trasferito prima a Milano e poi nel 1969 a Roma per seguire gli studi universitari.

Dal 1976 ai primi anni 90 è stato un pioniere dell'informatica quale direttore commerciale di alcune aziende del settore e dal 1997 è impiegato presso l'Ufficio Tecnico di un Ente Locale.

La passione per la scultura si è manifestata nei primi anni '80, come reazione allo stress lavorativo, quando, sposato da poco e con due figlie piccole, ha deciso di lasciare Roma per trasferirsi a Marino, dove ha trovato alcuni massi di peperino nel giardino di casa. Prima di allora, salvo alcuni abbeveratoi di pietra in età infantile non aveva mai avuto a che fare con lo scalpello.


Note Critiche

Le sculture di Valerio Capoccia tra passato e presente

L’Arte, quella vera, che giudichiamo genialità espressiva e indiscutibilmente un fattore di DNA genetico che si tramanda di generazione in generazione, frutto anche di commistioni etniche avvenute nel tempo, con tutta una eredità anche antropologico-culturale che permane nella personalità. Questo sembra essere il patrimonio genetico-artistico di Valerio Capoccia sculture che ha cominciato a incidere la pietra fin da ragazzo, per puro divertimento, scoprendo in età adulta la capacità insita di trasformare la pietra in immagini. L’occasione gli è stata offerta dalla disponibilità di varietà minerali trovate nei luoghi delle sue abitazioni, a cominciare dal peperino al basalto, una pietra dura e difficile da incidere e levigare, ma ricca di soddisfazioni scultoree ad opera concretata e traducibile talvolta in altrettanto efficaci fusioni in bronzo. La sua tecnica di lavorazione scultorea non è frutto di studi accademici, ma di esperienza personale maturata nel tempo e soltanto consigliata talvolta da un illustre Maestro in termini di valutazione dei progressi raggiunti. E ciò conferma ulteriormente l’innata predisposizione a questa forma di espressività artistica che, nel tutto tondo delle sue opere e sotto tutte le angolazioni visuali, risulta accurata nelle proiezioni armonicamente volumetriche, nelle positure, negli elementi espressivi di ritratti umani o animali creati, così come nell’alternarsi di grezzo accennato e di definito fino alla patinatura perfetta.

Il risultato finale è sempre completo, definito in tutti i particolari quanto nell’insieme, affascinante, coinvolgente nell’hanimus dell’osservatore anche per le immagini, per i soggetti che esprime.

E qui si apre l’altro volto delle sculture di Valerio Capoccia. Dicevamo all’inizio del suo DNA genetico e della sua eredità sostanzialmente interetnica e quindi interculturale. Egli è figlio di un’area laziale dove sono confluite nei tempi storici tante culture e civiltà, tante espressioni artistiche. Egli, come tanti di noi italiani e sudeuropei, è erede di quel coacervo che possiamo definire come civiltà mediterranea, che ha trovato, fra l’altro, un itinerario privilegiato lungo la proto e magna via consolare Appia ai cui reperti il nostro Artista talvolta si ispira.

Ecco così spiegarsi l’ispirazione a ritratti funerari maschili e muliebri di antichi romani e di animali appartenenti a reperti dell’Appia Antica, ma anche di animali sacri dell’antico Egitto (il bue Api), del serpente sagro agli egizi quanto agli ebrei del tempo di Mosè e di Re Salomone, divinità greche, richiami a raffigurazioni etrusche, corposità vetero-maltesi, richiamati ad opere ittito-cartaginesi di Sardegna e Marsiglia. E’ tutto un ricondursi ad un passato mediterraneo non copiato, ma ricreato autonomamente, reinterpretato, trasfigurato, rivissuto nel presente come patrimonio universale e territoriale che si perpetua in nuove forme artistiche, ereditate geneticamente sì, ma rigenerate in termini nuovi.

Questo è il portato, il contributo artistico-culturale delle sculture di Valerio Capoccia, un caso straordinario di come l’Arte, con la A maiuscola, riesce a fondere passato e presente, riproponendo in linguaggi moderni gli antichi saperi figurativi ed il significato di ciò che essi intendevano trasmettere. L’immagine anche singola, sia essa pittorica, affrescativa, mosaicale o scultorea- come nel nostro caso – può essere il linguaggio di un discorso significativo di concetti, memorie, storia, concezioni culturali di civiltà diverse che trovano denominatori comuni al di là delle aree geografiche e dei tempi, per farsi comunicazione di valori estetici, tanto più efficaci quando l’estro artistico dell’Autore si fa voce nel proprio tempo. Le opere di Capoccia ne sono testimonianza. Egli non si lascia tentare dalla sola rivisitazione di memoria o da fantasiose stilizzazioni ed astrazioni formali di moda, quanto piuttosto – a nostro avviso – cerca rivisitazioni di atmosfere, di fedi, di civiltà, di personaggi vissuti o trasfigurati nel loro tempo stesso, reincarnazioni nell’oggi dell’Artista e degli osservatori delle sue opere.

L’esposizione di esse, nelle mostre a lui dedicate, diventa così una panoramica che da storia delle civiltà mediterranee si fa storia dell’Arte moderna mai ripetitiva, mai finita, sempre nuova nell’estro creativo dell’essere umano, unico e irrepetibile nella sua individualità.

Carlo Savini


Non sembri ozioso il discorso sulla caratura arcaica e classica di Valerio Capoccia, perchè da là sorge quell'aria di sottile sortilegio nel quale si coniugano armoniosamente il filtro tecnico e la freschezza della realizzazione. Parallelamente le pulsioni primordiali e appassionate sembrano lievitare senza fine verso gli approdi della "ragione poetica", che è appunto segnata da arcaismo e classicismo, ma anche contemporaneità , come a dire che certe sculture non sono memorie storiche, ma stati d'animo di prorompente attualità.

La capacità di Capoccia di bloccare in esiti perfetti di stile i ritmi di espansione del volume e di tradurre le incontenibili energie spirituali in una moderna essenza della forma rivela l'inquietudine dell'artista. Che è segnata da quel consistere intenso delle linee, fatto di poderose concretezze e di armonia anatomica, e s'incardina, al di là della sequenza corporea, in un ritmo spaziale. E' quel flusso dinamico che non genera fratture, perchè muove da una lucida consapevolezza della propria tecnica nell'esame della struttura figurale, come testimonianza di robusta concretezza.

Si tratta di una scultura salda nei mezzi stilistici, sobria e sicura nella impostazione tematica, senza alcun intimismo di maniera; ed è a fuoco dichiaratamente nei volti. Là dove tutto fa capo alla loro esecuzione. Che è qualificata da un certo pittoricismo, evidente in quelle bocche spalancate e in quelle barbe ben pettinate, a monte di una fattura allisciata, preferita agli scavi nella pelle, che sembra convenire meglio ad uno spirito reazionario. L'immediatezza di una tranche de vie richiede una maggiore compattezza della forma, un gioco maggiormente insistito di luci e ombre sulle superficie, che aiuti la verosimiglianza e le dia la disinvoltura ovvero il moto della realtà.

L'espressione curata, nel contrapporsi di armoniose modulazioni massive alle arditezze di un aggregarsi scarnificato, trattiene infatti una dinamica dirompente delle forme plastiche, rivelando nel sotterraneo, ossia nell'interno di quel volto, una linea drammaticamente trattenuta. Ne deriva una consustanzialità strutturale che richiama le più alte determinazioni del linguaggio plastico, con una esaltazione dell'espressione dell'arte riflessa nella perennità dell'uomo. Perchè le sculture di Capoccia non eludono mai l'esigenza primaria di supportare i contenuti con il suggello di una vocazione emotiva, che corrisponde alla pienezza del linguaggio-invenzione. Il che provoca nell'osservatore quella sensazione unica di cogliere al vivo interne vibrazioni ovvero istinti naturali che solo la vera arte sa offrire.

Claudio Rendina


Non ha l'ottimo artista alcun concetto

c'un marmo solo in sé non circonscriva

col suo superchio, e solo a quello arriva

la man che ubbidisce all'intelletto….

In questo celebre sonetto di Michelangelo indirizzato a Vittoria Colonna, sua consigliera e musa ispiratrice, il Buonarroti riassume un concetto saliente della poetica neoplatonica sull' arte. Secondo tale principio lo scultore non ha in mente alcun concetto, alcuna immagine, che un blocco di marmo non contenga già in sé, oltre alla parte ad essa superflua, che la nasconde.

In sostanza l'Idea contenuta in fieri nella Forma. Valerio Capoccia seguendo un approccio intuitivo piuttosto che intellettivo, giunge al medesimo concetto dell'arte come "levar" per liberare la figura, l'immagine racchiusa nella pietra, nel marmo.

Facce di basalto iconiche come totem nel paesaggio oraziano di villa dei Quintili e dell’Appia Antica. Si dispongono in quello spazio antico come marcandone il confine segnando le ragioni di un confronto basato essenzialmente sulla materia.

Che siano marmi come il greco antico, il carrara, o pietre basaltiche e, finanche sampietrini: di facce di pietra si tratta o meglio di facce pietrificate come la stessa colata basaltica su cui si allunga l'Appia Antica.

Come muti betili nella campagna romana con riottosa baldanza sfidano, in un dialogo tra passato e presente, la nostra arcadica immaginazione e ne scompaginano l'assetto consolidato. Si rompe l'incanto e si trovano ispirazioni varie che come l'Appia si aprono all'Oriente: al mondo egizio, con le sue linearità e le sue asciuttezze, fino a quello africano. Si amplia così il tessuto di rimandi e citazioni per poi ricomporsi su quelle pietre antiche in unico e straordinario sostrato culturale, quello delle origini, del Mediterraneo.

Ivana Della Portella
   
   
 

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